Gironda: Un giorno a Bazas!

Bazas a Sud di Bordeaux è una cittadina sulla via inglese del cammino di Compostela, l’ultima tappa, dicevano i pellegrini di una volta, prima di lasciare la Civiltà per andare a morire di malaria nelle maledette lande paludose di Bordeaux. Fine del pellegrinaggio. Amen. Si dice che una vasate (un’antica abitante di Bazas dal nome della tribù celtica che abitava il paesello ai tempi antichi) sarebbe andata – chissà perché – fino in Palestina, poi sarebbe tornata nel paesello di Bazas con uno straccio esciumpato (dall’antico verbo bordolese “eschompar cioè inzuppare) dal sangue di un certo Giovanni Battista. E lei insisteva dicendo che ci voleva costruire un duomo per dare uno scrigno a questa gueille (straccio in bordolese). Notate che gli abitanti di Bazas non sono per niente contrari e hanno costruito per soddisfare la fantasia della loro concittadina, il duomo di San Giovanni Battista. E quindi se vedete delle raffigurazioni di testi su piatti d’argento ovunque nel paesello, non vi spaventate, è per ricordare l’episodio della vecchia che riportò dalla Palestina questo souvenir macabro e insanguinato. Notate ancora ma non credo ci sia un rapporto, che Bazas è il paese di una razza bovina che dà il miglior manzo del mondo. Dimenticate il manzo di Kobe, è quello di Bazas il miglior dell’universo! E quindi c’è una festa del bue grasso a Bazas, ogni anno, il giovedì prima di Mardi Gras. Gli allevatori fanno passeggiare le loro bestiole piene di corone di fiori il giorno prima di essere inviate al mattatoio. Oggi, non le uccidono più in pubblico dopo la sfilata come una volta. Cos’è il progresso! Dunque  vi ho raccontato perché il Duomo è dedicato a un tizio che ha letteralmente perso la testa, del manzo più buono del Mondo e ora vi racconto di Crasso. Di questo Crasso, Giulio Cesare ne ha la bocca piena nel suo De Bello Gallico, era uno dei suoi luogotenenti o qualcosa del genere. Allora questo Crasso si ritrovò in Aquitania a divertirsi un mondo, lontano da Roma. E il vecchio che faceva la guerra in Gallia, lo tormentava a scrivergli delle domande tipo: allora la conquista dell’Aquitania? Pensate un po’ come il Crasso aveva voglia di smettere di far bisboccia per uccidere i suoi compagni di sbevazzata! Dopo un’ennesima notte di movida nei dintorni di Bazas, quel Crasso ricevette una nuova lettera di Cesare. E, l’altro, il Crasso, esasperato, gli scrisse una frottola tipo: ho conquistato Bazas, la città è caduta con i suoi settantamila abitanti. Pensate un po’! Al massimo il tizio sarebbe riuscito a impadronirsi delle chiavi di un bar della piazza del comune! Ah questi italiani, sempre a esagerare in tutto! Ma l’altro, il vecchio, ci crede a questa storia e lo scrive nel suo libro! Andate a capire! Già che oggi Bazas ha meno di cinquemila abitanti, immaginate un po’ durante l’Antichità! Il popolo dei Vasati e Bazas dovevano essere tre case e due famiglie perse nelle lande infette di Bordeaux!  Vi giuro che a Bazas hanno avuto tutte le sciagure dell’Universo durante la storia! Quasi un record mondiale! La cittadina è stata invasa dai Galli, dai Romani, dai Visigoti, dai Saraceni, dai Franchi, dai Francesi, dagli Inglesi, dai Papisti, dagli Ugonotti, dai Monarchici, dai Rivoluzionisti. Le chiese di Bazas sono state distrutte novantanove volte e ricostruite novantanove volte! Ma cos’è Bazas nel fondo? Una cittadina su un isolotto roccioso. Una via; una piazza centrale con le sue arcate medievali; il duomo; la chiesa di Notre Dame dau Mercandilh (cioè del mercatino), fondata da San Marziale,  che è condannata e di cui si fa il giro; il piccolo giardino del vescovo; case brutte e altre belle come la strana casa dell’astronomo (capite l’astrologo) con gli astri (Luna, Sole, Cometa)  scolpiti sopra le finestre della facciata; le mura medievali. Ci si va il sabato per il mercato sulla piazza del comune per comprare prodotti tipici del Sud-Ouest. Ci si mangia e si beve prima di continuare il viaggio verso Nord o verso Sud. Insomma non c’è differenza con il Bazas dei tempi passati, tranne che le lande hanno lasciato posto alla più grande foresta d’Europa. Sotto le arcate, leggo un articolo, tutto ingiallito, del giornale Sud-Ouest affisso sulla vetrina di una pasticceria, l’articolo dice che la pasticceria ha vinto il concorso mondiale della migliore meringa. Più lontano, mi siedo alla terrazza di un bar, al riparo dal sole, sotto le arcate. Il bar sembra una grotta, un omone beve una birra artigianale alla tavola accanto e mi dice che non è la prima della giornata. Lui fa il giro dei bar  secondo quelli che sono più esposti alla brezza che soffia sotto le arcate. Secondo lui, vince quello sotto la “casa dei lavoratori”. Il padrone non si fa vedere, l’omone dice che il tizio sta preparando la sua sangria per la serata. Pensavo a un caffè senza zucchero, ma una sangria mi sta meglio. Una sangria per favore! grido verso la grotta. Il padrone dall’interno mormora qualcosa che non capisco. Guardo dall’altro lato della piazza, una coda che si è formata sotto l’arcata lato Municipio. L’omone dice che è un negozio di gelati all’italiana, che è la cosa che mancava il più a Bazas e che ormai con questi gelati all’italiana sono in paradiso. Sorrido pensando che il gelato all’italiana è completamente sconosciuto in Italia. Buoni? chiedo. Eccome, risponde l’omone, ne ho mangiato uno dieci minuti fa! Il padrone mi porta la mia sangria, chiacchieriamo pigramente, di tutto e di niente, ma soprattutto di questa storia di Covid-19. Il padrone dice di essere contento di aver potuto chiudere un po’, che aveva bisogno di vacanze. Non vi dico la noia che provo! Poi, qualcosa cade da una delle finestre della casa dell’astronomo, è la biancheria della vicina sopra che stava asciugando al sole. Un paio di mutande si pone su un ombrellone del bar accanto che ha la terrazza che morde sulla piazza. L’omone e il padrone ridono come dei matti, tentano di ricuperare le mutande. Li capisco, forse è il solo imprevisto successo in questa calda settimana di luglio. Ne hanno per la giornata a parlare di queste mutande. Strano di essere sotto la casa dell’astronomo, mi dico. Mi ricordo vagamente di qualcosa, una storia orrenda del tempo passato. Lascio i due uomini  fare gli adolescenti, per cercare sul mio telefono che contiene più della Biblioteca di Alessandria. Ah, ecco, la cosa è successa a Bazas il 11 febbraio 1637…..

Per dire il vero sull’esecuzione che è stata eseguita nella città di Bazas, presso la città di Bordeaux, il 11 febbraio di questo anno 1637 dei tre Stregoni e maghi di cui l’uno si chiamava Galeton, l’altro Jassou, e il terzo Pautier, contadini e rustici di età per il più giovane di circa sessant’anni. Pautier per la sua maledetta magia e stregoneria perpetrava, giornalmente, malefici abominevoli e, in particolare, lanciò una fattura a una donna molto onesta che le fece tanto turbare i sensi che correva come rabbiosa attraverso i campi; e quando era chiusa in qualche stanza dove si poteva a malapena trattenerla, gettava urli terribili che erano la causa per cui la gente del paese andavano a vederla a casa sua con grande compassione.

Alcuni padri Recolletti ci andarono più volte, vedere questa giovane donna tormentata, la quale gridava a squarciagola che vedeva i detti tre stregoni (designando loro dai loro propri nomi) accompagnati da alcuni Diavoli e Demoni orribili. E anche gli assistenti vedevano allora volare pietre senza poter determinare la loro provenienza. Il rapporto di questo spettacolo essendo venuto agli orecchi dei Signori della Giustizia, loro si trasportarono nella casa della donna, e avendo raccolto il lamento della donna così afflitta in cui lei dichiarava che Galeton le aveva detto che era Pautier che le aveva lanciato la fattura, allora si decise di farli arrestare. A proposito di ciò, i Signori della Giustizia si portarono sui luoghi, e afferrarono il detto Galeton e il detto Pautier e fecero portare loro in carcere. L’indomani si arrestò anche Jassou. La Giustizia volendo istruire ampiamente questo processo criminale su una materia così prodigiosa, deliberando di udire loro seriamente sulle loro accuse, portarono i tre Stregoni, l’uno dopo l’altro, davanti al loro tribunale dove loro ci andarono a testa alta. Erano decisi come i più innocenti degli uomini del mondo. tuttavia furono interrogati tante volte che cominciarono a vacillare ea mutare. Perché Galeton che era il più anziano essendo accusato di magia fu il primo a cui fu applicato la Questione (nb: ho italianizzato la parola francese Question che è un tipo di tortura usata dall’inquisizione. Questione ordinaria, poi si passa alla Questione straordinaria per i più resistenti, applicare la Questione a qualcuno/torturare qualcuno). Gli si mise pesi sul corpo, sopportò alcuni colpi di frusta con una grossa corda, tanti che tre corde si ruppero sulle sue braccia, e quando era sul banco della Questione il suo Demone si presentò a lui e si pose sulla sua guancia, essendo stato rilasciato. Il Signor relatore lo interrogò, Galeton dichiarò che era vero che era il suo Demone che gli chiudeva la bocca e che si chiamava Xibert, e vedendo che era minacciato di nuovo di essere rimesso più forte alla Questione, ed esattamente interrogato, confessò tutto, dichiarò che era colpevole e convinto del crimine di cui veniva accusato, disse che era Pautier che aveva lanciato la fattura alla donna afflitta. Jassou essendo ugualmente applicato alla Questione, la sopportò  così aspramente che non era possibile che la cosa non sia soprannaturale. Finalmente, si decise di scaldare i suoi stivali (gli furono messi dei tizzoni accesi negli stivali). Al primo colpo di conio che gli venne dato, gridò di essere lasciato in pace ed è quello che si fece. Jassou confessò che era stregone, e che si era recato più volte al sabba dove aveva visto Pautier, confessò anche che aveva dato e commesso alcuni malefici di magia e stregoneria, e ne accusò altri delle loro cabale.

L’indomani si procedette all’interrogazione di Pautier, il quale essendo davanti ai Signori non volle confessare niente anche quando fu messo in presenza dei due altri, i quali mantennero che era lui che aveva lanciato la fattura a questa donna afflitta, e che era andato più volte al sabba con loro. Pautier negò tutto e avendolo applicato alla Questione, gli si diede l’ordinaria e la straordinaria. Ma più la Questione veniva applicata, più Pautier gridava che era innocente. Vedendo che non si andava lontano a interrogarlo e ad applicargli la Questione. E visto che questo maledetto stregone aveva, di continuo, il suo Demone che gli teneva la bocca chiusa per impedirlo di confessare il suo peccato.  Mentre gli altri erano interrogati, si fecero venire alcuni di quelli che erano tormentati e afflitti dalle loro fatture nella camera criminale per essere presentati agli stregoni. E appena arrivarono, furono tormentati e oppressi, facendo segni e gridi terrificanti, dichiarando che vedevano una masnada di Demoni orrendi tutto intorno dei detti stregoni, di cui l’uno fece segno che era Pautier che faceva il più di male. Avendo dunque, i Signori Giudici e gente del Re, lavorati diversi giorni all’istruzione del processo, e vedendo un così grande numero di prove e un così grande numero di testimoni contro di loro, diedero Sentenza per la quale loro furono condannati a fare onorevole ammenda nudi in camicia, la corda al collo, inginocchiati, tenendo ogni di loro una grossa fiaccola di cera ardente, e di chiedere perdono a Dio, al Re e alla Giustizia; poi di essere portati fuori città, in un luogo chiamato “le Arene” e di essere, ognuno di loro attaccato a un palo, che per quell’effetto saranno eretti per loro, e le loro ceneri buttati al vento.

Essendo giunti al luogo destinato per i supplizi, furono legati ognuno al suo palo, poi circondato di un potente rogo di legna, al quale non si mise fuoco subito. I padri Recolletti che assistevano i tre stregoni, fecero loro sincere rimostranze, per tentare di salvare le loro anime, incitando loro di scaricare interamente le loro coscienze, e visto che avrebbero ancora abbastanza tempo, per aver grazia e misericordia dei loro peccati e mettere le loro anime in pace, le quali erano in via di dannazione se morissero nei loro peccati. Quel miserabile Pautier non volendo mai confessare niente, ed era il Diavolo che non l’aveva mai abbandonato e gli aveva, di continuo, chiuso la bocca di paura di confessare qualcosa. I due altri vedendo la perseveranza e maliziosa tenacia di Pautier non vollero dire niente di più che quello che avevano già confessato ai Giudizi. Vedendo che non si poteva ottenere niente da loro. Al segnale dato, il Boia mise fuoco al rogo, e non appena prese fuoco, si udirono (il quale appena fu infiammato, che si udirono) gridi, spaventosi, tempeste e temporali si scatenarono in aria, tifoni di fuoco si lanciarono fuori dal rogo, fantasmi apparvero in mezzo alle fiamme facendo azioni così spaventose e orribili che diedero un così grande terrore, che fecero ritirare in fretta più di due mille persone che assistevano all’esecuzione e anche il Boia di scappare finché la legna fu consumata. La quale dovette essere aumentata per ridurre i corpi dei tre miserabili in cenere; corpi che puzzavano tanto di infezione che non si poteva credere che una cosa simile potesse esistere. I corpi misero più di ventiquattro ore a consumarsi, poi furono buttati al vento. 

Alzo gli occhi, i due uomini stanno ancora scherzando a proposito delle mutande. Il sole splende. Fa fresco sotto le arcate. Aspetto che chiudono la discussione per chiedere una seconda sangria…..

 

Bordeaux: Breve storia di un capitano negriero di Bordeaux!

L’altro ieri, durante un dibattito televisivo, un uomo diceva che ci vorrebbe cancellare tutti i numerosi segni del passato negriero di Bordeaux, che tutte queste vie che portano nomi di armatori, di marinai, di parlamentari bordolesi che hanno partecipato alla tratta dei neri sono un’offesa per l’umanità….Un altro, gli rispondeva che non ci voleva cancellare un bel niente perché quei nomi ci ricordano la storia sporca della nostra città… Poi, tra i nomi delle vie citate, ho sentito il nome di Desse, allora mi sono detto che ci vorrebbe forse cominciare per raccontare chi era questo capitano negriero e perché la via porta il suo nome, non perché il tizio ebbe un ruolo attivo nella tratta dei neri, ma perché egli  salvò tutto un equipaggio olandese il 17 luglio 1822. Non è un post per riabilitare la persona del capitano Desse che era un bordolese tipico del suo tempo, è un post per dire che la Storia è raccontare tutto, il brutto e il bello….

Pierre Desse (1760-1839), medocchino di Pauillac, si imbarcò giovane come allievo ufficiale su navi negriere che facevano il commercio triangolare tra Bordeaux, l’Africa, la Martinica, e Saint-Domingue (Haïti). Egli combattette presso Lafayette durante la guerra d’Indipendenza americana. Poi, lo troviamo luogotenente sulla nave negriera Arada tra il 1787 e il 1788. Poi capitano di tre spedizioni negriere dopo 1789; nel 1791, tra la Gambia e Gorea e dalla Sierra Leone a Cuba e a Saint-Domingue, nel 1792, tra il Senegal e i Caraibi. La schiavitù e la tratta di carne negra vennero abolite in Francia nel 1794, ma se pensate che questi dettagli importavano alla città di Montaigne e di Montesquieu, sbagliate completamente! È la tratta negriera continuò a Bordeaux come prima la rivoluzione Francese. Pierre Desse venne arrestato appena sbarcato a Bordeaux, dopo una spedizione nel Senegal dove aveva fatto il pieno di “doni patriotici” per il suo armatore di suocero. Una farsa di processo e Pierre Desse fu liberato e ricevette anche gli onori della città e il comando di una fregata per andare a stuzzicare gli inglesi che lo fecero prigioniero. Verso i primi anni dell’Imperio, Pierre Desse comandò l’Incroyable, una nave corsara bordolese. Catturato di nuovo dagli inglesi, venne liberato per aver salvato una donna che stava annegando. Poi, Pierre Desse tornò a fare il suo mestiere di capitano negriero visto che Napoleone aveva ripristinato la schiavitù e anche quando la schiavitù fu definitivamente abolita nel 1815, non cambiò assolutamente niente per la città di Bordeaux, i suoi mercanti, armatori e abitanti dai più umili ai più ricchi che continuarono a organizzare quell’ignobile commercio fino all’anno 1826. Pensateci bene quando venite a Bordeaux e che sentite i bordolesi che vi raccontano dei loro Montaigne e Montesquieu di cui ne hanno pieno la bocca, la verità sui nostri antenati non fu così rosa.  Nel 1822, Pierre Desse parti con il bricco La Julia da Bordeaux per l’isola Borbone (La Riunione)…..

Cari lettori e care lettrici, soffrite il mal di mare? No, lo dico, perché ora, vi porto al  museo delle Belle Arti di Bordeaux per vedere l’immenso quadro dipinto da Jean Antoine Théodore de Gudin intitolato: Tratto di dedizione del capitano Desse. Ovviamente ci vorrebbe venire a Bordeaux per osservare tutti i dettagli del dipinto. Siamo in piena tempesta, una tempesta che scoppia in piena giornata come l’indica il raggio di sole che trafigge il cupo delle nuvole per illuminare la tragedia infernale che si sta svolgendo sul ponte del Columbus, una nave olandese. Non siamo lontano dalle coste dell’Africa di Sud. Il movimento e il colore delle onde, la schiuma, il gabbiano ci indicano che siamo a prossimità di banchi di sabbia. Il Columbus è in perdizione con quei muri d’acqua che mugghiano, che si abbattono e che hanno già sconquassato gli alberi della nave. Tutti i novantuno naufragati sono sul ponte, tutti tentano di afferrare qualcosa per non essere precipitati in acqua. La nave prende acqua da tutte le parti. Tutta questa gente sta per annegare da un momento all’altro e si può quasi sentire i gridi dei disperati. Allora mentre tutto sembra perso in quel giorno del sette luglio 1822 per l’equipaggio del Columbus, spunta, scendente una montagna d’acqua il bricco La Julia del bravo capitano Desse che rischia tutto, l’equipaggio, la nave, la merce, per portarsi al soccorso del Columbus. Una volta, due volte, cento volte, La Julia tenta di avvicinarsi al Columbus, cento volte La Julia è respinta dagli elementi scatenati. Un giorno, due giorni, tre giorni, sei giorni, il capitano Desse lotta contro le onde e il vento, finalmente, il 13 luglio riesce ad avvicinarsi abbastanza del Columbus per trasferire a suo bordo, sani e salvi, i novantuno olandesi…

 

L’episodio fu raccontato da tutta la stampa europea, il capitano ricevette una medaglia, questo dipinto per ricordare la dedizione del capitano Desse fu ordinato dal ministero della Marina al pittore Gudin. Eppure il capitano Desse fu processato dall’armatore della Julia e fu condannato a una multa – pagata dal governo olandese – per aver rischiato la merce a bordo del bricco. A difesa del capitano Desse, il capitano olandese Greveling e il luogotenente Gerlings comandante dell’esercito a bordo del Columbus scrissero lettere per ringraziare il capitano Desse e il suo accanimento a salvarli.

Si legge sotto la penna di Gerlings a data del 22 agosto 1822:

“È così che fermato durante sei giorni in mezzo a pericoli orrendi, di cui la sua sola generosità gli impediva di ritirarsi, sprezzante i suoi interessi i più cari, la cura della sua propria salvezza, il capitano Desse, riuscì a strappare alla morte novantuno uomini, che non erano nemmeno i suoi amici, che non erano nemmeno i suoi concittadini.”

Lettera del capitano Greveling del 22 agosto 1822 indirizzato a un giornale:

Intrepreto dei sentimenti del mio equipaggio e dei miei passeggeri, come lo è il signor Gerlings delle sue truppe che lo accompagnavano, vi preghiamo, signor redattore, di iscrivere nella gazzetta di cui siete editore, il racconto delle nostre sfortune, come l’espressione del sentimento profondo di riconoscimento per il bravo capitano della Julia.Possa il nome di quell’eroe dell’umanità incidere nella memoria di quelli che leggeranno quella lettera quanto lo è nei nostri cuori! Possa quel nome essere presto esposto all’ammirazione della Francia e dell’Olanda, ricordare a tutti l’onore e il modello dei marinai di tutte le nazioni…..

Ora, cari lettori e care lettrici, ne sapete molto di più della stragrande maggioranza dei bordolesi, sapete perché c’è una via dedicata al capitano Desse a Bordeaux. 😉

 

 

Estuario: Il bordolese più rancoroso del Mondo!

Potete arrivare a Macau dalla strada che costeggia il fiume, quella che i turisti non imboccano mai, e arrivare a Macau senza aver visto un piede di vite: periferie bordolesi, zone industriali, accampamenti di zingari, paludi, campi pieni di mucche bionde, distese di granturco, sponda del fiume sporca di detriti del mondo moderno e di legno pietrificato trasportati dalle maree oceaniche. Fa troppo caldo per le zanzare che si riposano e prendono forze per la loro guerra notturna e perpetuale contro gli uomini. Solo gli stormi di rondoni piagnucoloni che volano nelle vie del paese sono indifferenti a quei già trenta gradi di una metà maggio. Si sente il buon odore della poltiglia bordolese nell’aria e mi dico che i viticoltori devono anche arare con i loro trattori alti su zampe tra i filari; è la stagione. Già si vedono le isole sul fiume, la strada è striminzita e ci vuole stare attenti ai grossi camion che trasportano, a tutta birra, la ghiaia estratta dalle paludi verso Bordeaux. Le prime case che appariscono lungo il fiume, sono signorili, case a pianterreno tipiche, edificate dai ricchi proprietari bordolesi di una volta, che chiamiamo certose. Tutte guardano, in una lunga parata, verso il fiume e quasi supplicano il passante per fargli confessare quella è la più bella. Vanità dei tempi antichi. Parcheggio la macchina, sotto i platani del porto che è nemmeno un prato, davanti alla baracca dove, in stagione, si va per mangiare gamberetti schiaffandosi le cosce, le braccia, e il viso a causa delle zanzare, risalgo la via verso il centro del paese con la sua bianchezza calcarea che brucia gli occhi. Penetro nella vecchia chiesa per trovare un po’ di freschezza e ammirare la nave ex-voto, mi dico che la giornata è perfetta. Poi, vedo la statua di Giovanna d’Arco sul muro opposto che mi da un certo fastidio. Diciamolo, mi prendo come uno schiaffo. So bene che Dio era dal lato dei francesi, dal lato di questo bastardo di Carlo qualcosa e della sua pulzella, che i bordolesi e i medocchini hanno perso la guerra dei Cent’anni un certo 17 luglio 1453, che fate una ricostituzione dell’ultima battaglia, ogni estate, a Castillon per ricordarcelo bene. Ma comunque, non è una ragione per metterci delle statue della fraschetta di Carlo qualcosa fino dentro alle nostre chiese del Médoc. Prima di uscire della chiesa, vado a maledire la lorena che non sarà lei a guastarmi la mia giornata. Non mais !

Botanica: La Santa Trinità dell’autore di questo blog!

In primavera, prima della piena stagione delle zanzare, ci sono tre pellegrinaggi botanici rituali da fare per un indigeno del Médoc. Purtroppo quest’anno, a causa di questo fottuto covid-19, sono riuscito a fare solo il terzo. Il primo si svolge all’inizio di aprile per ammirare i milioni di campanellini che fioriscono nella palude di Labarde e lungo le rive della Gironda. Il secondo si svolge ai primi giorni di maggio quando fioriscono gli asfodeli nei boschi di querce dell’estuario, l’asfodelo è il fior emblematico del sud della penisola del Médoc. Il terzo si svolge quando fioriscono i rododendri giganti delle lande perse di Saint-Queyran (tra la seconda settimana di maggio fino alla fine di maggio). È un pellegrinaggio particolare. Ci si vuole camminare in silenzio, non toccare niente. La vecchia gente dice che, una volta in quel posto, c’era il Paese di Saint-Queyran e che sono i suoi abitanti, massacrati 567 anni fa, che li coltivano. Vero, falso? Comunque una cosa è certa, come loro prima, io non sarò mai dalla parte del giglio…. 

In cui l’autore vi racconta la storia di uno scandaloso dipinto di Gustave Courbet che non vedrete mai!

Ah Gustave Courbet! Il grosso Courbet, il pantagruelico Courbet. Il massacratore di tutti gli ipocriti,  bigotti, moralizzatori da strapazzo e benpensanti. Courbet, il vanitoso, il chiassoso, il burlone; il tizio che ce l’aveva con tutti i “pisciafreddo” di Francia. Courbet lo scandaloso, l’assettato di gloria, il pittore pronto a tutto per prendere a pedate il pubblico bovino della pittura. Courbet, il generoso, il rosso, il pittore naturalista, l’anticlericale, il pittore degli zoccoli dei contadini, il socialista…

Stampa del Ritorno dalla Conferenza, dipinto di Gustave Courbet distrutto nei primi anni del XX secolo.

Corre l’anno 1862. Courbet ha un piano segreto, l’idea di un nuovo soggetto, di una nuova composizione che dovrebbe fare di lui l’epicentro di un ennesimo scandalo dalle proporzioni monumentali. Parigi deprime, Courbet è scomparso e senza il tonitruante nativo di Ornans e il putiferio che scatta ognuno dei suoi dipinti socialisti, senza i suoi libelli, senza la sua persona stessa che splende come un astro, Parigi cade in una noia mortale; anche la stampa reazionaria che passa il suo tempo a denigrarlo non vende più niente e lo rimpiange. Mentre tutto Parigi si chiede che fine ha fatto l’artista, Courbet, lui, se la spassa in provincia, a Saintes, al castello di Rochemont dal suo amico e mecenate, Étienne Baudry. Courbet ha bisogno di discrezione per dipingere la tela che dovrebbe scattare il più grande scandalo al Salon del 1863. Che Courbet abbia fomentato e preparato in segreto questa carica anticlericale lo sappiamo dalla sua corrispondenza dove lui gode già in anticipo della buffoneria: “lavoro qui perché non voglio nessuna indiscrezione, conosco Parigi. Arriverò con il dipinto già pronto. Lo presenterò al Salon. Come la gente urlerà. Ah! Ah! Ah! Che scandalo, ragazzi, che scandalo!” Courbet svela che il dipinto sarà “critico” e “comico” tanto che sarà il più grottesco di tutta la storia della pittura e che, d’altronde, solo a raccontarne il soggetto agli abitanti di Saintes, loro crepano dal ridere. Ovviamente Courbet vive in un periodo dove “le forbici d’Anastasia” (la censura in francese) tagliano senza tregua, e diciamo che lo scopo di Courbet è doppio: misurare le limiti della sua libertà artistica e, diciamolo anche, farsi un sacco di soldi con il dipinto. Ma torniamo a Courbet che prolunga il suo soggiorno a Saintes tanto la città e la regione gli piace. Courbet dipinge la campagna di Saintes, il fiume Charente, fa ritratti e nudi delle sue amanti occasionali e gode della buona tavola di Baudry. Courbet lavora anche al suo dipinto che deve essere presentato al Salon del 1863 e che si chiamerà: Ritorno dalla Conferenza. Courbet non cede alla facilità con un tema erotico come i suoi colleghi, il pittore ha scelto di dipingere una scena anticlericale per mettere i burloni nel suo campo. Il dipinto si spiega da solo: sulla strada di Ornans, al ritorno dalla conferenza ecclesiastica del lunedì, quegli ipocriti di curati del decanato, che predicano, ogni giorno, la sobrietà e la temperanza, sono ubriachi fradici e sono presi in giro dai parrocchiani che si dicono che i tizi, loro, non bevono solo vino di messa. Nell’albero, in una nicchia, una madonnina osserva la scena. Courbet non vuole commettere il dipinto dal suo mecenate e fa una cosa divertente che mostra come Courbet è di una natura scherzosa. Dunque il pittore chiede al direttore delle scuderie imperiali di Saintes, una stanza per dipingere il suo quadro che fa dieci piedi (l’equivalente in grandezza dei suoi capolavori più conosciuti Funerale a Ornans e L’atelier del pittore). Il direttore accetta, pensate, Courbet, il pittore è alla vetta della sua carriera. E Courbet comincia a lavorare al suo dipinto anticlericale nella tana dell’imperatore dei bigotti, Napoleone III detto il piccolo. Che buffonata. Poi, viene un dubbio al direttore che chiede di vedere la bozza del dipinto e si mette a supplicare Courbet di portare via il quadro perché non si tratta precisamente di una parata di cavalli. Courbet non ha difficoltà a trovare una nuova casa visto che Saintes è un focolaio dell’anticlericalismo in Francia. Dunque il quadro è traslocato di notte dal vecchio Faure, il nocchiere del Porto-Berteau, che affitta una camera a Courbet al primo piano della sua casa. Courbet è un inquilino che fa delle strane domande. Per esempio, lui chiede al vecchio Faure, un abito talare e soprattutto un asino grigio da sistemare nella camera. Immaginate un po’ l’impresa per fare salire l’asino al primo piano! Comunque sia Courbet si mette al lavoro e Ritorno dalla Conferenza è presentato al Salon del 1863 e rispedito subito a Courbet per oltraggio alla morale religiosa, poi respinto ugualmente dalla giuria del Salon dei Rifiutati. Courbet è furioso e minaccia di dipingere Il Coucher della Conferenza (coucher ha un doppio senso in francese e qui si tratta più della scopata dei curati che del tramonto sulla Conferenza). Courbet è “furioso” anche per un’altra ragione, un altro pittore ha presentato un dipinto che supera in scandalo tutto quello che ha fatto Courbet finora. Pensate questo famoso anno 1863, è l’anno dove Edouard Manet presenta al Salon: La Colazione sull’erba. Un terremoto questo dipinto. Non pensate che Courbet si lascia abbattere dalle sorti. Ritorno dalla conferenza è esposto, via Hautefeuille, nel suo atelier dove le porte sono spalancate al publico. I parigini affluiscono per vedere il dipinto scomunicato. I partigiani di Courbet e i suoi nemici, quelli che difendono il dipinto tipo Proudhon che dichiara scherzosamente: ” l’inevitabile reazione della natura sull’ideale”; e quelli che mettono il dipinto alla gogna e promettono a Courbet l’inferno. In mezzo a tutto questo circo e queste liti, il grosso Courbet che tiene discorsi sediziosi senza dimenticare di agitare gioiosamente, come un semaforo, i mazzi di foto che lui ha fatto fare del dipinto per venderle. Ora, sono passati alcuni anni e siamo nel 1868. Il Ritorno dalla Conferenza è esposto in Belgio al Salon di Gand con una dozzina di opere di cui due libelli anticlericali di Courbet: La morte di Jeannot a Ornans e Curati. in giro. Courbet è un maestro della pubblicità quando si tratta di vantare la sua persona oppure le sue opere. Ritorno dalla Conferenza e i libelli sono esposti in una sala particolare dove la gente deve chiedere un’autorizzazione speciale per entrare. La stampa reazionaria si strangola di indignazione e più essa si strangola più la gente vuole vedere il dipinto di Courbet e comprare le foto del dipinto. L’artista vince la medaglia d’oro del Salon, ma non riesce a vendere il dipinto. Nel 1881, il dipinto riappare, dopo la morte dell’artista, in una vendita dei dipinti di Courbet all’hotel Drouot dove il quadro è comprato da un anonimo. Venti anni dopo, l’opera si ritrova dal gallerista, Georges Petit. Un giorno, tra il 1906 e il 1912, un tizio si presenta da Georges Petit e si indegna davanti al dipinto dicendo che è una cosa infame, empia, scandalosa, ma lui comunque convince Petit di vendergli il dipinto. Più tardi, Petit riceve una lettera del tizio che dichiara di essere un ultracattolico che avrebbe acquistato il dipinto solo per il piacere di potere distruggerlo. Ritorno dalla Conferenza non è mai più riapparso e ne rimane solo qualche foto e qualche stampa…

Viaggio nelle isole del mare degli Stretti, di là dalla fine delle Terre! Quinta parte.

Maggio. L’isola d’Aix è una mezzaluna di terra di 129 ettari nel cuore del mare degli Stretti. Forse non lo sapete, ma l’isola fu l’ultima residenza francese del serpente corso che ci trascorse i suoi ultimi quattro giorni sul nostro territorio prima di essere spedito a Sant’Elena dagli inglesi per crepare. Bon débarras. Tutto ricorda il bandito corso sull’isola. Una via del paese porta il nome di Napoleone e l’altra quella della battaglia di Marengo. Anche la piazzetta del paese si chiama Austerlitz! C’è anche un museo tutto dedicato alla gloria della “paglia al naso” nella casa dove lui ha vissuto. All’isola d’Aix ci vuole andarci fuori stagione quando l’isola non è ancora presa d’assalto dai turisti e altri fan dell’avventuriero corso. Potete farci delle lunghe passeggiate sulle spiagge deserte oppure esplorare le vestigi delle vecchie batterie costiere e dei forti che sfidavano la marina della perfida Albione già ai tempi della guerra dei cent’anni; potete giocare all’isola del Tesoro e credervi in un romanzo di Stevenson; potete mangiare ostriche sulla spiaggia delle conchiglie bevendo il vino del vignaiolo dell’isola; potete passare una mattina a scocciare le grancevole negli scogli a bassa marea; potete fare tutte le cose che si possono fare su un’isola di 129 ettari o semplicemente niente e solo guardare l’oceano per ore. Va bene, prima di riprendere, con un immenso rimpianto, il traghetto, vi racconto l’ultimo tentativo del serpente corso per sfuggire agli inglesi…

Nel mese del luglio 1815, la guarnigione dell’isola d’Aix era composta dal quattordicesimo reggimento dei marini, sotto il comando di un capitano di vascello e di alcune compagnie ugualmente di marini. Fu il sabato 8 luglio, alle otto della sera che il serpente corso si imbarcò a bordo della fregata l’Amphitrite; l’indomani mattina, alle sei, scese all’isola d’Aix, visitò le varie fortificazioni dell’isola e si rimbarcò alle otto e mezzo. Recandosi al molo, trovò il quattordicesimo reggimento schierato sulla piazza d’armi per passare la rivista d’ispezione; si fermò davanti alla compagnia dei granatieri del ventisettesimo equipaggio, comandata da M. Bancal e ordinò a questo ufficiale di fare eseguire alcuni movimenti di maneggio delle armi agli uomini che comandava, quello che si affrettò di fare l’ufficiale. Dopo essere rimasto circa tre minuti di fronte al reggimento, immobile e senza aver parlato a nessuno marinaio, il serpente salutò e se ne andò… Il 12 luglio, il corso si sistemò sull’isola d’Aix, nessuna visita fu resa all’appestato dagli ufficiali superiori della guarnigione; soltanto alcuni ufficiali subalterni comunicarono con lui e furono ipnotizzati dall’aquila spennata. Diversi piani di fuga furono tramati, e tra essi quello di partire per gli Stati uniti, a bordo di uno smack danese (tipo di nave di origine americana usata per la pesca o l’ostricoltura) che doveva comandare un certo Besson, luogotenente di vascello, sposato a una danese a chi la barca apparteneva. Alcuni ufficiali avrebbero formato l’equipaggio di due scialuppe di pilote che dovevano servire a trasportare il tizio e il suo seguito a bordo di quello smack nello stretto di Antiochia. Il piano prova qualche resistenza da parte di qualche persona che accompagnava l’aiaccino. Tuttavia esso doveva essere eseguito nella notte del 13 al 14 luglio e già gli ufficiali subalterni erano a bordo delle scialuppe; però i movimenti e il chiasso provocato dai preparativi di quella miserabile evasione diedero l’allerta. Le truppe presero le armi, delle disposizione furono prese, e ci occorse rinunciare a questa impresa. L’indomani, i 6 ufficiali traditori riapparvero e furono arrestati. Un indirizzo al principe d’Eckmulh fu fatto e firmato, il 11,  dagli ufficiali subalterni della guarnigione quando tutto progetto di fare evadere il corso fu perso. Gli ufficiali superiori rifiutarono di firmarlo. Questa petizione fu rimessa al generale Bertrand. Qualche giorno prima, gli stessi ufficiali traditori fecero un indirizzo alle Camere per testimoniare del rimpianto del corpo della marina, all’occasione dell’abdicazione del serpente; però sulle rimostranze del colonnello del quattordicesimo, quell’indirizzo non fu inviato. Il serpente si imbarcò il 15 luglio 1815, a bordo del brick l’Epervier, comandato dal luogotenente di vascello Olivier Jourdan che lo guidò a bordo del Bellerophon comandato da Maitland per il suo ultimo viaggio verso Sant’Elena.

Correva l’anno 1358….

Jacquerie è il sostantivo un po’ generico che si dà in Francia alle insurrezioni popolari, ma, all’origine, il termine indica la terribile insurrezione contadina del 1358 che mise a ferro e fuoco una parte della Francia. L’insurrezione dei Jacques. Dunque circa due anni prima, nel 1356, il nome Jacques di cui deriva il sostantivo Jacquerie cominciò a essere usato dai nobili per prendere in giro, disprezzare e deridere i contadini e la povera gente. Jacques Bonhomme (Bonhomme non vuole dire solo tizio in francese, ma anche imbecille, sempliciotto, credulone…ecc) era il nomignolo dispregiativo che si dava al contadino francese da parte della nobiltà. Un Jacques all’inizo è questo contadino imbecille che, inviato a crepare alla guerra, non sa maneggiare una spada oppure una lancia, che non capisce niente a niente, che non serve a nulla. Un Jacques Bonhomme. Poi il nome Jacques si è messo a designare sia in Francia sia in Inghilterra l’insieme della classe contadina francese. Dunque il nome Jacques nel XIV secolo era un nome ridicolo, infame, un modo disprezzante per designare un contadino, l’equivalente di “terrone” in italiano. Non è il solo nome francese ad avere questo senso denigratorio durante il Medioevo e posso citare anche Jean (Giovanni dell’imbecille) e Benoît (che si ritrova nella parola francese benêt cioè sempliciotto). Dunque abbiamo il nome Jacques nomignolo disprezzante di contadino. Abbiamo Jacquerie, il sostantivo per indicare un’insurrezione, ma prima di Jacquerie, Jacques ha dato per estensione anche Jacque e che ritroverete nell’inglese Jacket e nell’italiano Giacca. La Jacque è un pezzo dell’abbigliamento che i Jacques portavano alla guerra. Una specie di camicetta di stoffa oppure di pettorale che copriva il busto ed era imbottito di lana o di stoppa. Insomma la Jacque era l’armatura difensiva dei Jacques….Vedete che non è una storia nuova quella dei gilet in Francia!

Caterina de’ Medici alias Artemisia di Caria.

Cadillac, piccola città medievale dell’Entre-deux-Mers, dove si fa un ottimo vino bianco che vale bene il Sauternes che si fa di fronte sull’altra sponda della Garonna. Cadillac dai bordolesi è conosciuto anche per l’ospedale psichiatrico e d’altronde in bordolese: “finir à cadillac” significa finire in manicomio. Andateci un sabato mattina perché c’è il mercato nelle vie dell’antica cittadina fortificata. Comprate tutto per un picnic senza dimenticare il vino. Visitate il castello dei Duchi d’Epernon e i suoi famosi camini che sono tra i più bei di Francia. In questo castello ha soggiornato Caterina de’ Medici e il camino che si trova nella sua camera le rende omaggio raccontando una scena mitologica che sembra la storia di Caterina de’ Medici e di Enrico II. E non è difficile di capire i motivi per cui l’italiana adorava questo episodio antico e d’altronde questa scena la ritroverete, sotto diverse forme, in quasi tutti i castelli dove ha soggiornato la toscana. Si tratta di Artemisia bevendo le ceneri di Mausolo. Se vedete Artemisia bere le ceneri del marito in Francia, l’artista vi raffigura Caterina de’ Medici. Una volta che avete salutato l’italiana, prendete la macchina, attraversate il fiume e andate a fare un pranzo sull’erba del Parco di Chavat di fronte, a Podensac, in riva alla Garonna…

Già la crisi economica e le premesse delle guerre di religione. Il vampiro, Francesco I, ha tanto succhiato il sangue e il midollo dei francesi che lui non riesce più a risucchiare loro nemmeno un soldo. Ma niente paura perché i Re di Francia in situazione di sovraindebitamento hanno sempre la possibilità di storcersi il naso e comprarsi una piccola mercante fiorentina e entrare in una famiglia di banchieri italiani per rimettersi a galla. E quello che succede con questa brutta e cicciona adolescente di 14 anni, Caterina de’ Medici, che è venuta da Firenze a Marsiglia, venduta dalla propria famiglia, per sposare, il 11 ottobre 1533, un adolescente dello stesso età,  il secondogenito di quel Francesco  I, un certo Enrico di Valois. Storia sordida di un matrimonio arrangiato. Caterina non è una bellezza quanto la rivale Diana di Poitiers anzi. Ma comunque lei è simpatica e colta. Ama la festa. Sa ballare, cantare e conversare in uno strano francese storpiato. Dopo qualche anno, lei è diventata la figlia di cuore di quel Francesco I e lo accompagna dappertutto. Il figlio no. Il padre non lo sopporta affatto. Pensate. Un imbecille nemmeno capace di balbettare due parole comprensibili e che si interessa solo ai tornei. (lo sport alla moda allora). Insomma Caterina non si veste ancora di nero e non è ancora la regina più potente della Storia di Francia e soprattutto più odiata. Lei è ghiottone che ne è una cosa inimmaginabile e, in una sola giornata, l’italiana è capace di mangiare quanto tutta la popolazione di Bretagna. La tipica ragazza che non volete aver a casa. Un giorno lei manca di crepare di un’indigestione per aver trangugiato una quantità astronomica di una schifezza italiana di cui lei veniva pazza. Una specie di ragù a base di carciofi e di creste di gallo. Pensate. Poi, una cosa davvero sorprendente per una figlia del rinascimento italiano – ma forse faccio confusione tra Rinascimento e Lumi –  è la sua superstizione. Talmente superstiziosa che se non fosse stata la nuora di quel Francesco I, ma una semplice contadina basca, l’inquisizione ne avrebbe fatta degli spiedini di questa strega. Pensate. Sempre accompagnata da un esercito di astrologhi, chiaroveggenti, maghi, a farsi leggere l’avvenire nelle palle di cristallo, nelle carte, nei vecchi libri di magia, negli almanacchi. A fidarsi alle profezie chiare come acqua di budello di questo ciarlatano di Nostradamus. Tipo: “Il giovane leone il vecchio sormonterà. Nel campo bellico in singolar tenzone. Nella gabbia d’oro gli occhi perforerà. Due ferite in una, poi morire, morte crudele”. Francamente, si può dire di tutto su Caterina de’ Medici, ma sicuramente lei non mancava di immaginazione perché per capire che questa diarrea voleva dire: Il conte di Montgomery farà fuori il tuo marito durante un torneo, via del Faubourg Saint-Antoine, il 30 giugno 1559, ce ne vuole! Io capisco perché Enrico di Valois, diventato il Re Enrico II, non ha ascoltato la moglie, ha riso davanti ai suoi avvertimenti, ed è andato a crepare sotto la lancia dell’inglese. C’è una ragione per cui l’italiana si cacciava presso tutti quei stregoni da strapazzo. Lei non poteva dare una prole ai Valois. Dieci anni di matrimonio e niente rampollo in vista. Ma qualcuno convince la superstiziosa italiana a essere esaminata dal medico reale nonché il marito. Risultato dell’esame che nessuno veggente aveva visto nella sua palla di cristallo: Sono incompatibili. Lui soffre di un coso al pisello che si chiama: ipospadia e lei ha un utero retroverso. Dunque il medico prescrive alla coppia di fare qualche acrobazia quando fanno l’amore e di abbandonare la posizione del missionario. Devono aver seguito la prescrizione visto che Caterina si mette a sfornare una decina di rampolli ai Valois di cui tre Re di Francia: Francesco II, Carlo IX e Enrico III. Dunque il suo imbecille di marito muore nel 1559. Lei si veste di nero e si appresta a impadronirsi del potere durante trent’anni al nome dei figli. Francesco II è già malato quando sale sul trono di Francia e la madre deve aspettare la morte del figlio che sopravviene dopo un po’ più di un anno. Il matrimonio di Francesco II con Maria Stuart non ha dato di discendenza quindi Caterina de’ Medici diventa reggente visto che Carlo IX, il delfino, ad appena dieci anni. Dunque Caterina si ritrova alla testa di uno Stato sull’orlo di una guerra civile. Già ai tempi di Francesco I e di Enrico II, la repressione contro i protestanti ha preso proporzioni considerevoli e i tentativi di Caterina per placare il conflitto tra il partito cattolico e il partito protestante sono destinati a fallire già prima di iniziare. Ogni gesto di conciliazione in favore dei protestanti da parte di Caterina tipo garantire una libertà di coscienza o di religione è visto come un oltraggio dai cattolici. E i protestanti sempre più numerosi in Francia non ne possono più di quei cattolici che li massacrano. Lei è al centro di un conflitto tra due grandi famiglie feudali: I Borboni che sono protestanti e che sono sostenuti dall’Inghilterra e i Guisa che sono cattolici e sostenuti dalla più grande potenza dell’Europa dell’epoca: La Spagna. Le due famiglie non obbediscono affatto al potere reale. Quindi la politica di Caterina de’ Medici è per trent’anni di tentare di conciliare due partiti che sognano solo di farsi la guerra. Poi succede che i Paesi Bassi spagnoli si ribellano contro la Spagna. In Francia, l’ammiraglio Coligny che è protestante spinge Carlo IX a entrare in guerra contro la Spagna che commette massacri di protestanti nei Paesi Bassi e Coligny è molto influente presso il figlio di Caterina de’ Medici che lo considera un po’ suo secondo padre. Il Re è ammalato, tubercolosi, e Coligny è sul punto di convincerlo. E dunque cosa fa l’italiana che non vuole di questa guerra contro la Spagna? L’occasione è buona e il tizio non si diffida e d’altronde era al matrimonio di Margherita, la figlia di Caterina de’ Medici, con Enrico di Navarra (protestante e futuro Enrico IV) sei giorni prima. E dunque lei decide di farlo assassinare. L’omicidio fallisce e tutti i migliaia di protestanti che si trovavano a Parigi per le nozze chiedono giustizia per Coligny. L’italiana convince il Re che loro rischiano di essere sgozzati dai protestanti e decidono di fare sgozzare prima i capi protestanti che sono a Parigi. Il partito cattolico che non ne può della tolleranza del potere reale nei confronti dei protestanti si mette a massacrare migliaia di protestanti attraverso la Francia, è il massacro di San Bartolomeo, uno dei massacri più terribile della Storia di Francia. Una macchia sul destino di Caterina de’ Medici che fa che lei è la regina, ancora oggi, più odiata dai francesi. Dopo Carlo IX succede sul trono il terzo figlio, Enrico III, che anche lui non avrà di discendenza e che designerà Enrico di Navarra come il suo successore. Ma questo è un’altra storia…

 

Alex nella chiesa dentro la montagna di Biancaterra! Seconda parte.

Qui siamo ai piedi della falesia, sotto il castello feudale, davanti all’ingresso della chiesa sotterranea, rupestre, “monolithe” come si dice in francese, di San Giovanni. Pensate che sotto questo portico ci sono le vestigia della chiesa primitiva che risalirebbe al VIII secolo. Certi fanno risalire la chiesa primitiva anche ai primi secoli della nostra era quando i primi cristiani perseguitati si rifugiavano nelle anfrattuosità delle rocce e nelle grotte per praticare la loro nuova religione. Dunque nel suolo ci sono tombe intagliate nella pietra e a destra l’ingresso della cripta scoperta per caso nel 1961 a causa di un crollo provocato da un camion che sbagliò manovra parcheggiando antistante alla chiesa.

La cripta. Ai tempi dei primi cristiani, la religione ha la moda nella nostra zona era il Mitraismo e forse in questa cavità sotterranea ci si praticava il battesimo romano di Mitra e che, invece di essere battezzati con acqua, gli abitanti di Aubeterre ricevevano uno spruzzo di sangue di toro appena sgozzato. L’ipotesi avventurosa che la chiesa primitiva sia stata costruita sopra un tempio mitraico è tanto più seducente che la cripta assomiglia all’altare del mitreo che si trova a Roma sotto la basilica di San Clemente al Laterano. Comunque secondo gli archeologi si tratta semplicemente di un altare cristiano. Ora lasciamo la cripta per penetrare nella chiesa “monolithe”.

Quello che colpisce e che lascia davvero a bocca aperta quando entrate nella chiesa, sono ovviamente le sue dimensioni gigantesche, ma soprattutto queste colonne esagonali che sostengono le volte a tutto sesto a quasi 30 metri sopra la vostra testa e le gallerie costellate da finestre e belvedere che sono mangiate dall’umidità e dal salnitro. Dunque questa chiesa è posteriore e risale al XI e XII ed è stata scavata nella roccia contemporaneamente alla costruzione del castello feudale. Siamo nel 1096 e il visconte di Aubeterre, Pierre di Castillon detto anche Pierre I – lo stesso che ha fatto scavare la chiesa “monolithe” di Saint-Emilion – parte in compagnia di Goffredo di Buglione per la prima crociata. Lui a Gerusalemme ha difeso il Santo Sepolcro e ha scoperto, in Terra Santa, le chiese scavate nella roccia. E dunque quando Pierre di Castillon torna dalla crociata con tutto un carico di reliquie cristiane, naturalmente gli viene l’idea di ingrandire la chiesa primitiva, scavando la collina sotto il castello in costruzione, per farne una cattedrale, uno scrigno che ospiterà le sue preziose reliquie. Tutti quei lavori faraonici sono affidati a monaci benedettini che si mettono a intagliare a mano la collina. E queste talpe sono motivate perché lavorano per il loro Dio e si dice che tra le reliquie straordinarie portate da Pierre di Castillon da Gerusalemme ci sarebbe anche la croce sulla quale fu crocifisso Gesù. Pensate un po’ che i lavori sono compiuti in appena una decina di anni. Tutto questo tesoro di architettura ha uno scopo: mettere in valore il reliquiario monolito di 6 metri, e che è stato costruito secondo il ricordo che aveva Pierre di Castillon del Santo Sepolcro. Cosa conteneva questo reliquiario? Sicuramente qualcosa che aveva un legame con il Cristo anche se il ricordo di queste reliquie non sono state conservate. Da un lato, il reliquiario e dall’altro, quasi all’ingresso della chiesa, una cavità reliquiario con nel fondo la forma di una croce intagliata che doveva accogliere la croce del supplizio del Cristo. Chiesa come scrigno a reliquie, ma anche necropoli che ospita centinaia di tombe intagliate nella pietra e di sarcofagi scolpiti nelle mura calcaree. Era un privilegio molto ricercato di essere seppellito dentro la chiesa. E tutte le tombe guardano verso il reliquiario. I posti più cari erano quelli più vicino al reliquiario. Forse la gente pensava che essere seppellita a prossimità delle reliquie assicurava un accesso al paradiso più facile. Diciamolo, i signori di Aubeterre facevano soldi con il suolo della loro chiesa. Non sappiamo niente delle reliquie e forse si sono volatilizzate ai tempi delle guerre di religione. Invece sappiamo che alla fine del XVI secolo, il reliquiario serviva di sepoltura ai signori di Aubeterre. Questo è un fatto certo e documentato. Quando entrate nella chiesa, non è facile tanto sembra una grotta, ma dovete immaginare una vera chiesa con le vetrate colorate alle finestre sopra l’ingresso e che inondavano la chiesa di luce, le mura adornate, gli arazzi, gli stemmi dei signori seppelliti nella chiesa che splendevano sopra le loro tombe. Dovete immaginare la stupefazione dei pellegrini di Compostela che si ritrovavano in un luogo che sembrava per loro il Santo Sepolcro. D’altronde questo nome di San Giovanni che si dà alla chiesa è abbastanza recente e, prima la Rivoluzione francese, la chiesa aveva il nome di San Salvatore. Dovete immaginare il percorso che loro dovevano fare dentro la chiesa tra le reliquie e che doveva ricordare la passione del Cristo. Questa reliquia è la croce, quella è un roccia proveniente del Calvario, questo è il lenzuolo funebre del Cristo…Sono cose del genere che dovete immaginare. Va bene, ora che vi ho raccontato la storia molto ma molto parziale di San Giovanni, devo uscire perché ho bisogno di luce naturale, che non sono una talpa io!

 

L’Atacama di Bordeaux!

 

D’accordo, a Bordeaux, ci vantiamo di questo enorme spazio vuoto in mezzo alla città che chiamiamo piazza dei Quinconces e che sarebbe la più vasta piazza d’Europa secondo le guide turistiche di Bordeaux. Ma una cosa è sicura, non vedrete mai un bordolese DOC attraversare la spianata* dei Quinconces in estate come lo vedo fare dai nostri visitatori. Mai e poi mai. Forse è l’eredità atavica lasciataci dagli antichi bordolesi che hanno sempre odiato i Re di Francia, che hanno perso la loro indipendenza un giorno d’estate 1453 e che hanno vissuto per quasi 400 anni con i cannoni del maledetto castello Trompette, che sorgeva su questo posto fino al’inizio del XIX secolo, puntati verso la città.  Oppure più verosimilmente è perché la spianata è un deserto di fuoco in estate. L’Atacama di Bordeaux. Non c’è niente per proteggervi dal caldo durante la traversata e non sono i tre platani neurastenici che perdono già le foglie in maggio che vi faranno dell’ombra. Poi, rischiate di rovinarvi la vista. Non è un miraggio questa lenzuola di neve che ricopre tutta la piazza mentre la temperatura sfiora i quaranta gradi! Sono i raggi del sole che si riflettano sulla terra calcarea della piazza e che creano questa luce accecante. Gli occhiali da sole non servono proprio a niente. Guardate il suolo è come guardare direttamente il sole. Ci sono due possibilità per salvare la vostra vista se siete pazzi da tentare la traversata: Gli occhi chiusi o bendati oppure gli occhi che guardano verso il cielo e la testa girata verso il Médoc cioè al Nord. Alcuni anni fa, durante due o tre anni, quei malati del Comune avevano organizzato una gara nazionale di bocce sulla spianata, in agosto se ricordo bene. E bene, hanno dovuto chiudere perché, per due estati, il pronto soccorso era strapieno di giocatori di bocce che soffrivano di bruciature agli occhi, di gravi ustioni solari, di severe disidratazioni. Nemmeno una tanica d’acqua vi serve per attraversare la piazza, dopo tre passi al sole, l’acqua si mette a bollire! Poi, talvolta, c’è il vento che soffia forte dal fiume e che crea vortici di polvere che vi sporcano tutto. È la ragione per cui non vedrete mai un bordolese attraversare la piazza dei Quinconces in estate, ma sempre aggirarla…

*Si dice piazza, ma io ho sempre sentito il termine “spianata” quindi continuo a utilizzarlo.