Secondo gli italiani all’inizio Babbo Natale era un perverso!*

Questa bufala, i giornali e i blogger italiani te la raccontano a ogni Natale: “Originariamente l’abito di Babbo Natale era verde, poi la Coca Cola l’ha colorato con il suo colore-manifesto per una pubblicità natalizia e voilà Babbo Natale da allora ha una guardaroba total red.”

 

Be’ allora spiegatemi le cartoline di natale tedesche sopra che datano del 1900 mentre l’azienda americana ha sbarcato in Germania solo nel 1927 e che la sua prima bottiglia di coca cola è stata venduta in questo Paese, a Essen, il 8 aprile 1929! 😉

* Immaginate un po’ se l’abito di Babbo Natale fosse stato verde all’origine, ma tutti i francesi l’avrebbero chiamato il pervers (perverso) che si pronuncia allo stesso modo di père vert (babbo verde). Il calembour sarebbe stato irresistibile e, per niente al mondo, i francesi avrebbero cambiato il colore del suo abito. Credetemi, li conosco bene! 🙂

Notate ancora che, in Francia, è la scrittrice George Sand che ha usato per la prima volta l’espressione Père Noël (Babbo Natale), nel 1855, in un libro intitolato: Storia di mia vita. L’episodio ci racconta come la ragazzina, a mezzanote, si nascondeva, lottando contro il sonno, per aspettare febbrilmente la discesa di Babbo Natale nel camino e come la mattina, appena alzata, lei si precipitava verso la sua scarpa per prendere dentro la busta con un’arancia, un biscotto o una mela. Prima dell’espressione Babbo Natale, i bambini francesi dicevano Buonomo Natale oppure San Nicola nel Nord e l’Est della Francia. 😉

 

 

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Dove l’autore vi racconta la storia della parola più antica della lingua francese!

Non spendo quasi niente. La foresta mi fornisce tutto. Vischio e rami di agrifoglio per addobbare la casa a Natale. Anche se l’agrifoglio pullula nei boschi del Médoc non è tanto facile di procurarsi bei rami perché la stagione delle bacche rosse è già passata. Ci vuole veramente camminare tanto per scovarne. Mi lascia il tempo di raccontarvi la storia della parola più antica della lingua francese. La storia è stra-conosciuta nella mia famiglia. Una coppia. Il tizio si chiama Adamo e la tizia Eva. La coppia vive in un giardino un’esistenza che assomiglia a quella delle mucche che occupano la palude dietro casa mia. Povera gente. Un serpente che vuole tanto bene alla coppia propone alla tizia, che sembra molto più svegliata del tizio, per cambiare dieta alimentare: una mela. Incuriosita, la tizia smette di pascolare l’erba per assaggiare la mela. Il proprietario del terreno si arrabbia a morte perché il melo è suo e scaccia via i suoi inquilini. Notate che una storia del genere mi è successa una volta. Quando ero ragazzino, la mia famiglia aveva affittato una casa di vacanza nei Pirenei e nel giardino c’era uno stagno. E bene, figuratevi che sono stato accusato di aver pescato e mangiato una trota dal proprietario! Dunque la coppia è stata scacciata via per una mela e noi per una trota. Va bene, è un’altra storia. Dunque la coppia si ritrova fuori dal giardino senza niente. Il proprietario irascibile lascia nemmeno alla coppia il tempo di indossare mutande e se la tizia, che decisamente era più intelligente del tizio, non avesse rubato, uscendo dal giardino, due o tre foglie di fico per coprirsi la cipolla. Loro si sarebbero ritrovati “culi nudi” come dicono gli abitanti del Médoc per designare i nudisti che frequentano le loro spiagge in estate. Il tizio piange, è una pappa molle. La tizia no, è una ragazza coraggiosa. Lei decide di attraversare la foresta per trovare riparo. E non è facile quasi nuda e trascinandosi un codardo come questo fottuto tizio. Dopo qualche chilometro, lei non ne può propro più delle sue lagnanze e lo spinge verso un boschetto dove il tizio si punge il culo con delle foglie spinose. Il tizio si mette a gridare e piangere di dolore: Houx! Houx! Houx! (Houx! si pronuncia come la vocale italiana U!). Ecco. Ora, sapete perché il nome dell’agrifoglio è houx in francese e perché è la più antica parola della nostra lingua 😉

Dove un pellegrino di Compostela fantastica su due ragazze diaboliche e il loro gatto rosso che lo trascinano nella lussuria.

Farai un vers, pos mi sonelh, e’m vauc e m’estauc al solelh; donnas i a de mal conselh, e sai dir cals: cellas c’amor de chevaler tornon a mals.

Farò un canto, poiché sonnecchio e cammino e sosto al sole; ci sono donne sconsiderate ed io so dire quali: quelle che amor di cavaliere tengono a male.

Donna non fai pechat mortatau que ama chevaler leau; mas s’ama monge o clergau non a raizo: per dreg la deuria hom cremar ab un tezo.

Donna non fa peccato mortale se ama cavalier leale; ma se ama monaco o chierico senza ragione la si dovrebbe bruciare con un tizzone.

En Alvernhe, part Lemozi, m’en aniei totz sols a tapi: trobei la moiller d’En Guari e d’En Bernart; saluderon mi sinplamentz, per Saint Launart.

In Alvergna, oltre il Limosino, me ne andavo da solo, pellegrino, trovai la moglie di Don Guarino e Don Bernardo mi salutarono con modestia, per san Leonardo!

La una’m diz en son lati: »0, Deus vos salf, don peleri! Mout mi senblatz de bel aizi, mon escient; mas trop vezem anar pel mon de folla gent.«

Una mi dice nel suo linguaggio: “Dio vi aiuti, signor viandante! Mi sembrate molto per bene a prima vista, ma assai ne vediamo andare per il mondo di folle gente.”

Ar auziretz qu’ai respondut: anc no li diz ni bat ni but, ni fer ni fust no ai mentagut, mas sol aitan: »Babariol, babariol, babarian.«

Ora sentite cosa ho risposto: non le dissi né ai né bai, ferro o bastone non menzionai, ma solo questo: “Babariol, babariol, babarian”

»Sor«, diz N’Agnes a N’Ermessen, »trobat avem que’anam queren! Sor, per amor Deu l’alberguem, que ben es mutz, e ja per lui nostre conselh non er saubutz.«

“Sorella” disse Agnese ad Ermessenda “abbiam trovato quel che cercavamo!” “Sorella, per amor di Dio, ospitiamolo che è proprio muto, da lui i nostri propositi non saran rivelati”.

La una’m près sotz son mantel et mes m’en sa cambra, el fornel; sapchatz qu’a mi fo bon e bel, e’l focs fo bos, et eu calfei me volenter als gros carbos.

Una mi prese sotto il mantello, e mi condusse in camera, al fornello; sappiate che fu buono e bello e il fuoco giusto; ai gran carboni io mi scaldai di gusto.

A manjar mi deron capos, e sapchatz aig i mais de dos; et no’i ac cog ni cogastros, mas sol nos tres; e’I pans fo blancs e’I vins fo bos e’I pebr’espes.

Da mangiare mi diedero capponi sappiate che erano un bel po’ non c’erano né sguattero né cuoco, solo noi tre; il pane era bianco, il vino buono, il pepe spesso.

»Sor, s’aquest hom es enginhos e laissa lo parlar per nos, nos aportem nostre gat ros de mantenent, quel farà parlar az estros, si de re’nz ment.«

“Sorella, quest’uomo è un gran furbone ha smesso di parlar per causa nostra portiamo il nostro gatto rosso mantinente lo farà parlare espresso se lui mente.

N’Agnes anet per l’enoios: et fo granz et ac loncz guinhos; et eu, can lo vi entre nos, aig n’espavent, qu’a pauc no’n perdei la valor e l’ardiment.

Agnese va a prendere il gattone: era grosso e con lunghi baffoni: io, quando fu fra noi, n’ebbi spavento, per poco non persi i sensi e l’ardimento.

Quant aguem begut e manjat, e’m despoillei per lor grat; detras m’aporteron lo chat mal e félon: la una’l tira del costat tro al talon.

Quando avemmo bevuto e mangiato mi spogliai come a lor piacque, sulla schiena mi mettono il gatto cattivo e fellone; una lo tira dal costato fino al tallone.

Per la coa de mantenen tir’el chat, el escoisen; plajas mi feron mais de cen aquella ves; mas eu no’m mogra ges enguers qui m’aucizes.

Per la coda, tutto a un tratto tira il gatto e quello graffia ne ebbi più di cento piaghe quella volta; ma non mi sarei mosso neanche morto.

»Sor« diz N’Agnes a N’Ermessen, »mutz es, que ben es conoissen.« »Sor, del bainh nos apaireillem e del sojorn.« Ueit jorn ez ancar mais estei az aquel torn.

“Sorella, disse Agnese ad Ermessenda, è proprio muto, mi pare evidente” “Sorella al bagno prepariamoci e al soggiorno!”Otto giorni e ancor di più restai in quei dintorni.

Tant las fotei com auziretz: cent et quatre-vinz et ueit vetz, que a pauc no i rompei mos corretz e mos arnes; e no’us puesc dir los malavegz, tan gran m’en près.

Tanto io le scopai come udirete: centoottantotto volte, per poco non mi ruppi la correggia e anche l’arnese; non vi posso dire il male che mi prese.

Monet, tu m’iras al mati, mo vers portares el borssi, dreg al la molher d’En Guari e d’En Bernât: e diguas lor que per m’amor aucizo’l cat.

Monet, tu andrai al mattino coi miei versi e un borsellino; dì alla moglie di Guarino e di Bernardo che uccidano il gatto per mio riguardo.
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Guglielmo IX d’Aquitania (1071-1137), Farai un vers, pos mi sonelh (traduzione italiana di Paolo Canettieri)

Correva l’anno 1358….

Jacquerie è il sostantivo un po’ generico che si dà in Francia alle insurrezioni popolari, ma, all’origine, il termine indica la terribile insurrezione contadina del 1358 che mise a ferro e fuoco una parte della Francia. L’insurrezione dei Jacques. Dunque circa due anni prima, nel 1356, il nome Jacques di cui deriva il sostantivo Jacquerie cominciò a essere usato dai nobili per prendere in giro, disprezzare e deridere i contadini e la povera gente. Jacques Bonhomme (Bonhomme non vuole dire solo tizio in francese, ma anche imbecille, sempliciotto, credulone…ecc) era il nomignolo dispregiativo che si dava al contadino francese da parte della nobiltà. Un Jacques all’inizo è questo contadino imbecille che, inviato a crepare alla guerra, non sa maneggiare una spada oppure una lancia, che non capisce niente a niente, che non serve a nulla. Un Jacques Bonhomme. Poi il nome Jacques si è messo a designare sia in Francia sia in Inghilterra l’insieme della classe contadina francese. Dunque il nome Jacques nel XIV secolo era un nome ridicolo, infame, un modo disprezzante per designare un contadino, l’equivalente di “terrone” in italiano. Non è il solo nome francese ad avere questo senso denigratorio durante il Medioevo e posso citare anche Jean (Giovanni dell’imbecille) e Benoît (che si ritrova nella parola francese benêt cioè sempliciotto). Dunque abbiamo il nome Jacques nomignolo disprezzante di contadino. Abbiamo Jacquerie, il sostantivo per indicare un’insurrezione, ma prima di Jacquerie, Jacques ha dato per estensione anche Jacque e che ritroverete nell’inglese Jacket e nell’italiano Giacca. La Jacque è un pezzo dell’abbigliamento che i Jacques portavano alla guerra. Una specie di camicetta di stoffa oppure di pettorale che copriva il busto ed era imbottito di lana o di stoppa. Insomma la Jacque era l’armatura difensiva dei Jacques….Vedete che non è una storia nuova quella dei gilet in Francia!

Mentre sbircio il culo di Penelope Cruz…

…mi chiedo: “ma lo sanno i geni italiani della Costa che hanno appena lanciato questa campagna pubblicitaria in Francia, che i cittadini francesi, in questo momento, sono incazzati neri perché, tra mille cose, il trasporto marittimo ha il suo carburante superinquinante detassato? Costa. Benvenuto alla rabbia al quadrato!

Due ore meno un quarto avanti Cristo*

Vi ho capito! Cittadini, volete un taglio delle tasse? Che ci sia del lavoro per tutti? Che l’inflazione sia fermata? Non possiamo fare niente per il momento, ma appena lo potremo, faremo il doppio!

I miei amici, quello che vorrei dire a tutti tiene in una sola parola: Ri-con-ci-lia-zio-ne! Ascoltatemi, pensate tutti che Cesare sia uno stronzo? Pensate che il console e il suo consigliere siano degli stronzi? Che gli emiri, la polizia e l’esercito siano degli stronzi? E pensate che vi prendano per degli stronzi? E avete ragione! Ma anche loro, perché dai tempi che vi prendono per degli stronzi, confessate che siete veramente degli stronzi!

https://www.comingsoon.it/film/due-ore-meno-un-quarto-avanti-cristo/14177/scheda/

L’anatroca!

In riva allo stagno dietro casa mia, ci sono quegli strani uccelli che non avevo mai visto in vita mia. Sono intrigato. Mi sta arrivando il vecchio dei gabbiani (mouette), avvolto nella sua eterna nuvola bianca e sghignazzante. È un pensionato che fa il giro delle panetterie, ogni mattina, con un antico sacco di farina poi porta allo stagno il suo bottino di pane raffermo ai suoi cari gabbiani verso la sera. Lo intercetto salutandolo. Quasi devo gridare tanto la nuvola bianca e affamata è arrabbiata di vedere la routine del vecchio interrotta. Non ho il tempo di formulare la mia domanda che il vecchio mi risponde: Colpa dei cambiamenti climatici, l’uccello è un’ouette d’Egitto! E io di pensare che il vecchio dei gabbiani mi sta prendendo per un’oca (cretino in francese) raccontandomi di un uccello che si chiamerebbe couette (piumone). Veramente, gli dico, questo uccello sarebbe un piumone d’Egitto?  Il vecchio si mette a sghignazzare di concerto con la nuvola bianca. Non ho detto couette, ma ouette! E lui di aggiungere: Ouette è il nome che si dà agli uccelli che sono tra le oche e le anatre. Un piumone! Mentre il vecchio si sta allontanando in mezzo alla nuvola, mi dico che non c’è bisogno di prendermi per un’oca visto che ne sono già una! Mi metto anch’io a sghignazzare. Un piumone! 🙂 🙂 🙂