La guerra delle due rose che non finirà mai!

Mappa tratta dal sito: Le français de nos régions. Cliccate la mappa per accedere al sito.

La Francia si divide in due. A nord, quelli che pronunciano la parola rosa con una vocale o chiusa e che sono incapaci di pronunciare la parola rosa correttamente cioè con una vocale o aperta; a sud, quelli che pronunciano la parola rosa con una vocale o aperta e che sono incapaci di pronunciare la parola rosa correttamente cioè con una vocale o chiusa. Io che sono di Bordeaux faccio ovviamente parte della seconda categoria. È così che mi riconoscono quando mi ritrovo a nord dal mio caro estuario della Gironda e anche sotto la tortura non riuscirei mai a pronunciare un suono o chiuso. Caspita, non è ancora domani che potrei cantare La vie en rose! 😊

 

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Bacino di Arcachon: Le nevicate di ottobre.

Domenica 15 ottobre. Nella serie: La duna del Pilat non è il più bel posto del Bacino d’Arcachon, oggi vi porto sul comune di Le Teich che è situato sul delta della Leyre; la Leyre essendo il fiume principale che sfocia nel Bacino di Arcachon. Le Teich è un paese tipico del parco regionale delle Landes di Guascogna. Una volta, ci si svolgeva un pellegrinaggio importante perché c’è una di queste fontane miracolose che sono comuni in tutti quei Paesi di Guascogna, quella è dedicata a San Giovanni ed era una tappa obbligatoria per i malati della regione che si recavano a Lourdes. Forse un giorno ci andiamo, la fontana è nella foresta sull’antico cammino di Compostela e, anche se oggi la fontana non eroga più acqua, visto che l’acqua veniva dalla Leyre, faremo un bagno nelle acque ferruginose del fiume. Oggi, Le Teich è conosciuto soprattutto per la riserva ornitologica, situata nel cuore del delta, e dove potete osservare quasi tutti i tipi di uccelli marini che frequentano il Bacino di Arcachon. Io sono troppo tirchio per pagarci l’ingresso o l’abbonamento e poi voglio farvi scoprire un altro posto di Le Teich dove nevica in ottobre, anche se la temperatura è di 30 gradi come oggi. Dunque quando arrivate sul parcheggio della riserva ornitologica, a destra c’è il porto, poi ancora a destra il laghetto che permette alla gente di bagnarsi quando c’è la bassa marea sul Bacino di Arcachon cioè quasi sempre in quei comuni del fondo del Bacino. E ancora a destra, dopo il ponte, c’è il domaine di Fleury che è un altra grande riserva naturale, ma che non è troppo indicata visto che, contrariamente alla riserva ornitologica, è gratis. È una delle mie passeggiate preferite sul Bacino di Arcachon. Un universo tra terra e acqua che è stato forgiato dall’uomo nel corso dei secoli: canneti, serbatoi da pesci, polder, cateratte che permettono di gestire gli innumerevoli canali che irrigano la riserva,  prati salati, campi dove pascolano cavalli e mucche. È il reame delle garzette, dei cigni e delle cicogne e anche quello dei cacciatori di anatre. In ottobre, quando camminate sull’antica diga che serpeggia tra i serbatoi da pesci, fioriscono quello che chiamiamo i cotonnier (Baccharis halimifolia è il suo nome latino) che tradurrei con falso cotone, un altro nome di quell’arbusto in francese è senecio in albero, ma qui diciamo solo cotonnier. L’arbusto americano è stato introdotto in Francia nel 1683 per la bellezza della sua fioritura e soprattutto perché resiste bene agli spruzzi del mare e la prova è che l’americano ha colonizzato tutti i bordi dei prati salati, delle dighe e tutte le zone salmastre del Bacino di Arcachon. Dunque in ottobre, migliaia e migliaia di cotonnier producono miliardi e migliaia di miliardi di “manine” come si dice nell’Amarcord di Fellini. È così che si riproduce la pianta, le palline di peli bianchi stopposi, leggere come l’aria, trasportano i semi della pianta. Un leggero soffio di zeffiro e comincia a nevicare, un vento un po’ più forte e vi ritrovate in piena tempesta di neve. Il cotone vi entra negli occhi, nelle narici, nella bocca, vi fa starnutare. Il cotone ricopre assolutamente tutto e talvolta le acque sembrano addirittura vestite di un pelliccia bianca e, sulla diga, avete l’impressione di camminare su una neve soffice. E voi che siete a osservare questa cosa, non potete che restare a godere davanti a questo spettacolo straordinario anche se sapete che non dovreste perché il cotonnier è una pianta altamente infestante, ma dopotutto non è colpa sua…

In cui l’autore si chiede come fare per resettare una ragazza!

Lei: Alex, non trovo le confezioni di caffè, dove le hai sistemate?

Io: Nella dispensa del corridoio come al solito.

Lei: E io ti dico che non le vedo, vieni un attimo…

Io: Non posso sto leggendo un libro molto divertente di Romain Puértolas, intitolato: Tutta un’estate senza Facebook. Figurati che è la storia di una luogotenente di polizia che si chiama Agatha Crispies, nera e obesa, e che ha due passioni nella vita: i donut e i libri. Non ti racconto tutto. Lei lavora in un commissariato di New-York, ma un altro New-York, un paesello perso e razzista del Colorado dove non succede mai niente. Tanto niente che lei ha aperto un club di lettura nel commissariato, però i colleghi preferiscono il club della segretaria dove si lavora a maglia…

Lei: Vieni che sto diventando pazza!

Io: Dunque, un giorno, lei è chiamata per un omicidio nella città vicina. Un tizio che è stato ritrovato morto nella vasca. Lei pensa subito a un suicidio o un incidente visto che la porta era chiusa dall’interno come nel mistero della camera gialla di Gaston Leroux. A quel punto il collega McDonald le fa notare che è poco verosimile tanto il corpo sembra essere passato in un tritacarne…

Lei: Ti giuro che se non vieni subito, sei tu che rischi di finire in hamburger!

Io andando verso il corridoio: Forse dovresti rinunciare al caffè..Poi guardandola interdetto: Ma cosa stai facendo?

Lei: Ti dico per la ennesima volta che sto cercando il caffè!

Io: A me sembra che stai giocando al tennis o che stai cacciando le mosche!

Lei rendendosi conto di qualcosa, scoppia dal ridere: Dio mio, sto diventando completamente pazza!

Allora, cari lettori e care lettrici, avete un’idea di cosa lei stava facendo per trovare questo fottuto caffè?

Il Paese dei pini franchi!

Domenica sul Bacino di Arcachon. Davanti al castello di Certes ad Audenge non c’è più il bellissimo albero che vedete sulla foto scattata quasi cento anni fa. Invece c’è uno dei suoi discendenti, a sinistra, sotto il quale ho deciso di scrivere il post. Sapete come chiamiamo quell’albero nel Sudovest della Francia? Un “pin franc” cioè un pino franco. Se pensate che c’è un rapporto con i francesi e la Francia, vi sbagliate completamente. Invece c’è un rapporto con la libertà e il senso di franco è quello di libero. La tradizione di piantare un pino franco risale ai tempi dei romani ed era un privilegio dei contadini liberi cioè che erano proprietari delle loro terre senza dovere niente a un feudatario. In italiano c’è la parola allodio che descrive bene la cosa. Comunque queste terre dove reggevano solo il contadino e il sole non erano rare nella nostra regione. Dunque per segnalare agli altri che le loro terre erano degli allodi, i proprietari piantavano un pino franco in un recinto davanti la casa e solo loro avevano questo privilegio. Franco anche nel senso che l’albero cresceva liberamente senza mai essere potato. E la cosa si capisce bene perché solo un albero libero poteva segnalare una terra libera. Vedete che l’albero era un forte indicatore sociale e faceva addirittura parte della casa di quei contadini e non sto esagerando. Quando un bambino nasceva in quelle famiglie, si piantava un pino franco e quando il nipotino di quel bambino moriva, allora il pino franco veniva abbattuto per fargli una bara. Così per secoli fino alla Rivoluzione francese dove il pino franco è diventato da noi il simbolo della libertà, non solo per qualche contadino privilegiato, ma per tutti i cittadini…

Médoc: Un giorno all’isola Senza-Pane.

Médoc. La nebbia che avvolge tutto in questa mattina di fine settembre annuncia una giornata caldissima. Ho preparato il picnic compreso qualche bottiglia di vino. Non si sa mai e non ci vorrebbe morire di sete. In una curva della strada provinciale, lungo un vigneto, mi sembra indovinare uomini intorno a un’immensa tavola. Prendono una pausa per la collazione, penso, e presto torneranno a lavorare tra i filari. Tempo di vendemmia. Guardo l’orologio, non sono ancora le nove e non sono veramente in ritardo perché la nave parte solo alle dieci. Dal porto, diciamo piuttosto dal prato, non si vede la riva destra dell’estuario della Gironda. Un airone mattiniero sta pescando in un buco d’acqua mentre decine di egrette stanno ancora a letto negli alberi, ma dopotutto è domenica. Il sole scioglie gli ultimi banchi di nebbia e la nostra destinazione, incoronata da un’aureola azzurrognola, appare nel lontano: l’isola Senza-Pane! dico ancora l’isola Senza-Pane come gli  abitanti del Médoc, ma il suo nome ufficiale è da più di cento anni: l’isola Nuova (l’île Nouvelle). Nuova nel senso che sono due isole, l’isola Bouchaud a Nord e l’isola Senza-Pane a Sud, che sono separate solo da un piccolo braccio dell’estuario che è stato arginato nel mezzo del XIX secolo per fare una sola isola. L’isola Nuova fa sei chilometri di lunghezza per circa sei cento metri di larghezza. Notate che hanno ragione gli abitanti dell’estuario di continuare a chiamarle Bouchaud e Senza-Pane visto che dalla tempesta del 2010, le due isole sono di nuovo separate e che il dipartimento della Gironda ha deciso di non colmare la breccia per fare dell’isola Nuova una riserva naturale e ornitologica. Ai tempi della sua gioventù si diceva l’isola del piccolo Fagnard per l’isola Senza-Pane e l’isola del grande Fagnard per l’isola Bouchaud. (fagnard ha il senso di un mucchio di fango nel gergo locale). La nave solca le riche acque melmose dell’estuario. A destra, c’è la punta dell’isola Verde; di fronte, la piccola isola del forte Paté; a sinistra, il vasard di Beychevelle, l’isola Nuova e l’isola di Patiras più lontano a Nord. Ma forse vi state chiedendo perché ho parlato della gioventù dell’isola Senza-Pane? Allora, immaginatevi un po’ più di duecento anni indietro, diciamo in 1800, allo stesso posto di me sulla nave e guardate verso l’isola Senza-Pane e quella di Bouchaud. Cosa vedete? Assolutamente niente! Senza-Pane e Bouchaud non esistono ancora! Adesso, immaginatevi nel futuro, diciamo negli anni 2200, e forse la nave non solca verso Senza-Pane, ma verso un’isola che non conosco perché non è ancora nata. È questo l’estuario della Gironda. Un motto perpetuo. Una gigantesca macchina a creare delle isole e a farne morire altre. Duecento anni fa, c’erano altre isole sull’estuario, oggi inabissate, e che sono diventate quasi mitologiche per gli abitanti dell’estuario e sto pensando alle due più conosciute ancora e che sono l’isola di Trompeloup e quella de la Croûte. C’è una coppia inglese sulla nave e la donna mastica un po’ di francese. Lei mi dice che hanno dimenticato la lozione antizanzare all’albergo. Gliene propongo, ma lei non vuole accettare e devo veramente insistere. Due pazzi, penso.

Come nascono le isole della Gironda? È qualcosa di misterioso. Un alchimia tra elementi naturali che interagiscono tra loro. Ci vuole la melma cioè i milioni di tonnellate di sedimenti, di alluvioni, di limi che convogliano, ogni anno, i fiumi Dordogna e Garonna verso l’oceano. La melma si chiama in francese la “vase”. Ci vogliono tonnellate di sabbia, i venti, le maree e gli uccelli che portano la vegetazione. Un primo stadio della nascita di un’isola si chiama in gergo del Médoc, il “vasard” che è la stessa cosa che il “fagnard” cioè un mucchio di melma che si è agglomerato e che si sta sviluppando in un’isola. La parola ha anche un altro senso e tutte le isole che non sono abitate o arginate dall’uomo si chiamano “vasard” nell’estuario. Quindi avete il vasard di Plassac che è un’isola in formazione al largo di Blaye, ma anche il vasard di Beychevelle che è un’isola non arginata al largo di Beychevelle. Cammino sulla vecchia diga che circonda l’isola Senza-Pane. Osservo gli uccelli marini che campano nella palude e nella mangrovia a Sud e penso che hanno fatto bene gli inglesi di accettare un po’ di lozione antizanzare. Sull’isola Senza-Pane, siamo ancora in luglio e ci sono migliaia di libellule, farfalle e zanzare. E dire che non sono lontano da casa mia eppure sembra addirittura un altro universo! Sento delle cannonate sulla riva destra verso la cittadella di Blaye come se la città fosse sotto assedio. La stagione della caccia è iniziata, penso. Siamo sulla linea di difesa di Bordeaux creata da Vauban nel XVII secolo per impedire agli inglesi di riprendersi Bordeaux. Il catenaccio di Bordeaux come viene chiamato. Sulla sponda destra dell’estuario, la cittadella di Blaye. In mezzo al fiume, il forte dell’isola Paté. Sulla sponda sinistra, il Forte-Médoc. Dunque siamo circa un secolo più tardi, nel 1800 e cosa succede? L’isola Senza-Pane sorge quasi tra la cittadella di Blaye e il forte-Paté sulla linea di difesa di Bordeaux. Nel 1814, ai tempi di Napoleone, gli inglesi fanno il blocco dell’estuario. Il 3 aprile, una nave inglese, il Belzebù, si nasconde dietro l’isola Senza-Pane e si diverte a bombardare la città di Blaye per dieci giorni. Fort-Médoc che si trova a cinque chilometri sulla riva sinistra non è di nessuna utilità. L’apparizione di un isola ha distrutto tutta l’architettura difensiva immaginata da Vauban. Non c’è un albero e fa mille gradi sull’isola Senza-Pane. Forse sapete che queste terre alluvionali della Gironda sono le migliori del Mondo per il vino. E dunque verso gli anni 1850, la viticultura si sistema su Senza-Pane e Bouchaud con un’azienda vitivinicola per ogni isola. Due villaggi sono edificati con i suoi alloggi per gli operai, la casa dell’amministratore, la tinaia, la scuola per i bambini. Oggi, solo quello di Senza-Pane è perfettamente conservato e si visita. Al massimo hanno vissuto sessanta famiglie di îlout (il nome che si dà alla gente che vive sulle isole dell’estuario) durante l’età d’oro della viticultura sulle due isole, diciamo tra il 1850 e la prima guerra mondiale. Fa troppo caldo per restare sulla diga e d’altronde è l’ora del pranzo. Il solo albero dell’isola che fa un po’ di ombra è l’ippocastano centenario dietro la scuola dove sono state sistemate quattro tavole da picnic. Chiudo gli occhi e, dietro il vociare degli uccelli e delle rane, mi sembra sentire quello dei bambini îlout che giocano sulla diga. Mentre sto aprendo una bottiglia, arriva la coppia inglese. Lei ringrazia ancora per la lozione antizanzare. Niente, dico, ma scommetto che avete dimenticato anche il vino, ma questa volta non devo insistere troppo. Un giono sull’isola Senza-Pane.

 

 

Médoc: i primi porcini sono arrivati!

Passeggiare la sera in foresta. Raccogliere i primi porcini della stagione. Tornare a casa. Una volta i porcini puliti, scaldare una padella con del grasso d’anatra. Aggiungere i porcini. A fine cottura, gettare nella padella un trito d’aglio e di prezzemolo. Salare. Peppare. Mescolare con un cucchiaio di legno. Servire subito i porcini alla bordolese accompagnati di un buon bicchiere di vino rosso…

Qual è il rapporto tra Cenerentola, un tizio che non aveva bisogno di Viagra e un paese di Gironda?

Vayres è una cittadina costruita su uno sperone roccioso a strapiombo sul confluente del Gestas e della Dordogna, a venti minuti a est di Bordeaux poco prima Libourne. Cittadina famosa per il vino, le lamprede, il castello medievale e il mascheretto in autunno. Io che sono di Bordeaux pronuncio Vayres malissimo e dico qualcosa che in italiano assomiglierebbe a Veir. Invece gli abitanti del paesello pronunciano il nome semplicemente Verre cioè come vetro o ancora bicchiere in francese. Mi direte che è normale per un paese vitivinicolo. È omofono con un sacco di parole questo bicchiere francese. Pensate un po’ che bicchiere e vetro (verre), verso (vers) verme (ver) verde (vert) e la cittadina di Vayres si pronunciano allo stesso modo. Ah, ne ho dimenticato uno che è presente nel blasone della cittadina di Vayres! Vaio cioè vair in francese che è la pelliccia dello scudo in araldica e anche il nome che si dà alla pelliccia grigia e bianca di certi scoiattoli. Nella Cenerentola di Charles Perrault, la vera, non l’americana, la ragazza indossa le scarpe di vaio al ballo cioè in pelliccia di scoiattolo. Cosa pensate? Che sia più comodo non solo per ballare, ma anche per ballare in un castello medievale freddo e pieno di correnti d’aria, scarpe in pelliccia di scoiattolo (vair) oppure scarpe di cristallo (verre)? Bene. Siamo d’accordo. Il promontorio di Vayres è abitato dalla preistoria e attrezzi di selce sono stati scoperti durante degli scavi archeologici. Ai tempi di Asterix, la città era un oppidum gallo-romano e, al posto del castello, c’era una torre di legno (non di vetro!) che permetteva di controllare i dintorni cioè di  fare pagare un riscatto ai viaggiatori sulla strada tra Bordeaux e Périgueux (non erano pazzi questi romani!). Il nome della città era allora Varatedo e da Varatedo a Vayres c’è un passo. Passa un po’ di tempo e durante il Medioevo la torre di legno è sostituita da un castello e un torrione in pietra (non di vetro!) e sempre con lo scopo di riscattare i viaggiatori! Adesso siamo in piena guerra dei Cent’anni e il castello sta difendendo i bordolesi dagli invasori francesi. Perdiamo la guerra e il castello è quasi distrutto. Restano da quel periodo buio della nostra Storia: Il torrione del XIV secolo, il castello d’ingresso e i fossati. Il castello è ceduto alla famiglia d’Albret che abbiamo già incontrata sul blog. Famiglia guascone, originaria dell’Albret nelle Landes di Guascogna, che è riuscita dopo secoli di saccheggi, complotti, matrimoni loschi e guerre diverse, a mettere sul trono di Francia uno suo figlio: Enrico IV. Il tizio fa alcuni soggiorni nel castello di Vayres. Decisamente questa storia di omofonia non si lascia perché il figlio di Giovanna d’Albret era soprannominato il vert galant. Il vert galant del castello di Vayres che non è di vetro. Divertente. Cosa significa essere verde in francese? Si dice di un tizio che non ha bisogno di viagra, se vedete quello che voglio dire! Nel 1583, il castello è  venduto da Enrico IV alla famiglia de Gourgue che lo ristruttura in castello rinascimentale e potete ammirare, ancora oggi, la straordinaria galleria di stile manierista realizzata da Louis de Foix, l’architetto del faro di Cordouan alla foce della Gironda. Poi, il castello è di nuovo assediato durante la Fronda e gravemente danneggiato. La famiglia de Gourgue lo fa di nuovo ristrutturare aggiungendo nuovi elementi architetturali…Va bene, ne ho già scritto troppo ed è tempo per me di tornare nel giardino alla francese…